Quando smetto di proporre al cavallo una attività?

A vollte tengo percorsi che uniscono l’etologia con la pratica dell’approccio cognitivo-relazionale al cavallo. Lo faccio assieme a due tecnici che stimo molto, Lino Ghisoni e Irene Boero. Questa volta eravamo a La Balzana, un centro equestre vicino Brescia. Lino ha interagito, tra gli altri, con una cavalla di nome Blue, una quarter. Quando l’ha montata, Blue ha manifestato la sua emotività, che si era notata anche da terra, esprimendo la necessità di camminare appena montata ma in uno stato ansioso.

Il problema non sembrava essere la sella, nè Blue sembrava “traumatizzata” dalla presenza dell’uomo sulla sua schiena. Piuttosto, dava l’impressione di non sapere come comportarsi e tendeva a scaricare la tensione muovendosi molto. Lino è intervenuto rimanendo in sella (perchè non sembrava essere quello il problema, altrimenti sarebbe sceso per affrontarlo da terra) ma lasciandola muovere, perchè quello era il suo modo di sciogliere la tensione: muovendosi non dava fastidio o era pericolosa per nessuno.

Ogni tanto le chiedeva se riusciva a fermarsi, pur essendo in tensione. La richiesta potrebbe essere tradotta in parole così: “Ti lascio sciogliere le tue tensioni come credi, visto che non lo fai in modo pericoloso, ma ho bisogno di sapere che sei comunque con me e riesci a darmi attenzione, e lo faccio chiedendoti ogni tanto questa cosa”.

Era evidente che il fermarsi (sebbene per un secondo) la metteva un po’ in difficoltà e, mentre Lino era su Blue, una partecipante al corso mi ha chiesto “per quanto tempo Lino le avrebbe chiesto di farlo”. E io le ho risposto: “Per il tempo che lei riesce ad essere presente, a gestire lo stress che ne deriva”. Cioè non “per il tempo di farglielo capire” o “finchè non finiamo con un successo (tecnico)”.

Prendendo le parole di Lino: che ci importa, infatti, di finire con un’attività eseguita tecnicamente bene se poi le emozioni sono tutte sballate? Se per arrivare al punto in cui Blue si fermi senza nessun desiderio di ripartire dobbiamo indispettirla, che ci importa di arrivarci?

La coercizione esiste quando il soggetto è sottoposto ad uno stressore indipendentemente da quanto lui stesso sia in grado di affrontare, e ovviamente non ha la possibilità di scelta di evitarlo. Cioè: insistere nel chiedere a Blue un comportamento oltre il suo limite di sopportazione psicologica è coercizione, perchè andiamo oltre le sue capacità di gestione dello stress. Non è coercizione chiederle di fermarsi in sè e per sè, perchè finchè lei resta presente ha la possibilità di attingere alle sue risorse cognitive e apprendere il meglio da quella esperienza.

Resta in uno stress operativo (eu-stress), non entra in uno frustrativo (dis-stress). La frustrazione deriva da uno stato di stress che il soggetto, con le sue competenze, non può risolvere. Se lo stress persiste e non ci sono valvole di sfogo, può degenerare in patologie, il cavallo può chiudersi in sè stesso o esplodere di rabbia.

Lino ha lasciato che Blue utilizzasse la sua valvola di sfogo, il movimento, anche se quel comportamento era sgradito: ma chi siamo noi per dire come un soggetto deve comportarsi per sciogliere una sua tensione? Blue non era pericolosa e una serie di “no” non l’avrebbe aiutata. Si può lasciar esprimere in piena sicurezza, quando si dialoga con le emozioni. Nell’ascoltare il suo disagio e lasciarla esprimere, Lino ha potuto permettersi di chiederle se riusciva ad essere presente nella richiesta di fermarsi.

Dopo qualche minuto, Blue aveva allungato il collo e si era distesa, anche se per poco tempo: non importa la performance, importa che lei abbia aperto una finestra mentale, probabilmente provando una fugace emozione gradevole proprio nel contesto in cui di solito si sentiva ansiosa.

Che ne pensi di quello che è accaduto a Blue?
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